Tra i vulcani e le spiagge delle Hawaii, sempre sulla cresta dell'onda
di Riccardo De Palo
Quando il capitano Cook mise piede per la prima volta alle Hawaii, nel 1778, fu molto stupito dall'abilità dei polinesiani che cavalcavano le onde su tavole di legno; scambiato per un dio della fertilità, volle chiamare l'arcipelago Isole Sandwich, in onore del suo armatore (al quale si deve, a sua volta, il nome del popolare snack imbottito). Ma quando ritornò, il circumnavigatore del globo fu accoltellato senza pietà dagli indigeni, in quella baia di Big Island che ancora oggi porta il suo nome. Il nostro viaggio in questo lembo di terre emerse, esattamente al centro del Pacifico, inizia proprio da qui, da Kealakekua Bay, dove si trova un vasto parco marino, frequentato da grosse tartarughe che si trascinano pigramente sulla sabbia.

Più a Sud, sorge il Pu'uhonua o Hnaunau National Historical Park, ricostruzione di un villaggio hawaiano, così com'era ai tempi del capitano Cook, con i suoi templi, i totem dedicati agli dei, le leggende sugli spiriti (nelle case ogni tanto passano, è per questo che molti lasciano la porta aperta). Qui un tempo venivano sepolti i capi della comunità, il cui potere si estendeva invariabilmente dal nostro mondo a quello ultraterreno.
Scordatevi Honolulu. È Big Island la vera essenza delle Hawaii. Qui si trovano due grandi vulcani detti a scudo, il Mauna Loa e il Mauna Kea, che superano i quattromila metri d'altezza. Nel corso dei millenni, le loro eruzioni lente hanno creato dei mostri larghissimi, della forma di enormi mammelle, che digradano lentamente. Proprio sulle pendici del Mauna Kea, a mille metri d'altezza, di fronte alla baia di Cook, si trovano le piantagioni di una delle varietà di caffé più rinomate del mondo, il Kona Coffee. Talvolta, nelle miscele più pregiate, se ne trova una piccola percentuale: soltanto qui un insieme di fattori fortunati (l'umidità, il suolo vulcanico), hanno potuto creare una simile meraviglia.

Il vulcano non è (molto) attivo, ma basta circumnavigare l'enorme cono per arrivare al Parco nazionale dedicato al Kilauea, dove si può pernottare in un albergo che sorge proprio ai margini della grande caldera, trenta chilometri di diametro, dove si alzano perennemente pigri pennacchi di fumo e dove non di rado si incontrano nativi hawaiani che vengono a deporre qualche fiore per placare l'ira di Pele, divinità associata al fuoco, alla luce, alla violenza. Capita, anche, di vedere sul terreno lunghi filamenti di minerale vulcanico. Si dice che siano i capelli della dea.

Qui intorno, è pieno di tunnel di lava, ovvero i condotti dove un tempo passava l'eruzione. Molti sono appena sotto il livello del suolo, ed è possibile visitarli, inoltrandosi nella foresta pluviale dove le orchidee fanno capolino sugli alberi e grandi cascate si gettano nei torrenti. Andando verso la costa, si può seguire il corso dell'eruzione del Kilauea, che da un vicino cono prosegue ininterrotta sin dagli anni Settanta. Il paesaggio sembra quello di Marte e a un certo punto la strada costiera si interrompe, invasa dalla colata in fiamme. Si può cercare di raggiungere il punto esatto in cui la lava si getta nell'Oceano, in una fantasmagoria di fuoco e di fumo; ma è meglio non avvicinarsi troppo: l'aria è satura di vapori tossici.

Sulla costa occidentale di Big Island, si può fare una puntata a Hilo, la cittadina distrutta da uno tsunami nel 1960, e che oggi ospita un Museo dedicato a questi eventi catastrofici. Essere al centro del Pacifico significa anche essere esposti, sismologicamente parlando, da ogni lato. Per questo spesso si vedono, in tutto l'arcipelago, grosse sirene gialle: il loro compito è segnalare di correre al più presto verso le alture, quando scatta l'allarme rosso.
La vera isola dei modaioli però non è Big Island, ma Maui, l'isola che porta il nome di un dio. Un giorno provò a pescare usando come esca l'ala di un uccello: ripescò queste isole meravigliose. Anche qui si trovano vulcani, compreso uno spettacolare cratere raggiungibile in auto; è sicuramente questa la meta più romantica, e anche quella più dedita al windsurf e alla sua variante aerea, il kite.

Merita una visita anche l'isolotto di Molokai, così come Kauai è la meta dei duri e puri, gli ultimi indigeni che cercano di vivere secondo natura e seguendo uno stile di vita più spartano. Ma è Oahu l'isola più gettonata dai turisti, che arrivati a Honolulu in aereo spesso si spostano (e si fermano definitivamente) nelle affollate spiagge di Waikiki, guardate a vista dalla montagna di Diamond Head, un vulcano spento che merita un'escursione (qui tra l'altro si trova, sottoterra, la sede della locale protezione civile). Sul lungomare costellato di alberghi, palme, centri commerciali, domina la scena la grande statua di Duke Kahanamoku, campione olimpico di nuoto e inventore del surf moderno. La sera in piazze ci sono sempre spettacoli di danze hawaiane; oppure si può cenare con sushi, o provare un piatto di mau mau alla griglia, un prelibato pesce locale.

Se volete sfuggire alla pazza folla, è però d'obbligo affittare una macchina, e andare verso la costa Nord, dove ogni anno, con il favore degli alisei, si tengono i campionati mondiale di surf da onda, in spot rinomati con nomi altisonanti come Banzai o Avalanche. Le televisioni mondiali riprendono tutto, tra donne che sembrano Barbie e californiani muscolosi. Meglio non fare il bagno, però: la bandierina è sempre rossa d'inverno e nella risacca ci sono massi grossi come teste di bue.
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